Provincia, 19-05-2008

Io, un italiano. Cosa so degli Zingari di Davide Ferrari
Li ho conosciuti dopo una tragedia, l’incendio di Santa Caterina di Quarto nell’aprile del 2000, o seguendo i passi turpi, di sangue, dei Savi. Li ho visti con la Bibbia in mano seguire mie lezioni un po’ affrettate di cristianesimo. Li ho visti suonare, orchestrare ottoni a Belgrado e xilofoni spezzati in via Rizzoli. Ho fra loro amici, non ho trovato santi. Quando vennero a Villa Salus non ne volevo troppi. Avevo ragione. Quando la Romania (dove forse sono 8 milioni) è entrata in Europa ero preoccupato e non convinto dalle ireniche dichiarazioni di alcune, pur meritorie, Ong. Bisogna saper guardar in faccia il prossimo. E’ come noi. Ne peggio ne meglio. Quanto qui io scrivo nasce da un bisogno di reagire all’odio, con fermezza e con coraggio. Ma senza dimettere le lenti del governo, trovando i limiti del buon senso, anche all’amicizia e alla fraternità. Si fecero chiamare egiziani, gipsi, per nascondere dietro l’immagine di figli dei Faraoni un origine profana. Migrati dall’India, dopo il mille, forse perseguitati (seguaci di un’eresia religiosa? I reduci di una rivoluzione?) sono da secoli una delle due grandi nazioni anomale che percorrono la storia dell’Europa. L’altra sono gli Ebrei. Centinaia di anni, decine di paesi attraversati ed abitati, mille culture incontrate e mediate, tutto rende impossibile un’unica definizione dei popoli zingari. Tuttavia a me pare che, nella battaglia della sopravvivenza e della difesa di una propria peculiarità irriducibile, mentre gli Ebrei hanno cercato di perseguire l’obiettivo della massima competitività, gli Zingari - quasi specularmente - hanno giocato la carta della non competizione. Popolo che non dichiara guerre, che pratica la religione di chi ha incontrato, dall’Ortodossia al Pentecostalismo passando dal Cattolicesimo ed anche in qualche caso dall’Islam, gli Zingari vivono fuori dalla catena di comando, di gerarchia delle nostre società. Le periferie delle città, nella triste comunanza di destino con tanti altri emarginati, sono - forse - anche la metafora di una perifericità dell’anima. “Siate come i gigli del campo, non pensate al domani, ogni giorno basta a se stesso”: a volte pare che siano nell’anima zingara gli insegnamenti più imperiosi ed anche meno facilmente seguibili del maestro di Galilea. Quando parli con loro- la mia esperienza, avverto, si limita a Rom rumeni e assai meno a profughi della guerra dell’ex Jugoslavia, capisci quanto sia distante da loro apprendere l’importanza dei nomi, da quelli delle strade e delle vie a quelli delle stesse persone. Possono averne più d’uno, che importa. L’importante è descrivere un luogo, un cammino che si è fatto, oppure raccontare e ridere di come una persona è. Mi fa riflettere il loro rapporto con i bambini. Devo smentire la canea assassina di questi giorni. Non rubano bambini. Ne hanno fin troppi. Quale valore ne trarrebbero? Fagin, non a caso un ebreo, era a capo - nell’Oliver Twist di Dickens - di una banda di trovatelli schiavizzati dediti a pagargli decime con il furto e l’accattonaggio. Ma - se vogliamo non perdere la ragione - oggi sappiamo bene che non occorre avere aguzzini ebrei o gitani per essere meninos de rua, in tutte le strade di questo mondo. Spesso ci fa inorridire la giovane mamma rom con il bambino appeso al collo a pochi centimetri da una sigaretta, oppure il brulicare nelle stazioni di piccoli untorelli pronti a tutto (A proposito, ne incontriamo a Verona, città del rampicante sindaco leghista più di quanto accada a Bologna). Ma la povertà è così. Mi colpisce invece altro. I bimbi rom giocano ignari di ogni compatibilità di spazio e di relazione. Non sono più liberi dei nostri figli quando invadono territori che non possono invadere (Mi colpì vederne alcuni in mezzo allo spettacolo di artisti di strada in Piazza Maggiore, anni addietro, aggirarsi,senza però nessun coinvolgimento e consapevolezza). No, non sono più liberi, hanno ricevuto meno, nella trasmissione dei saperi, dei comportamenti, dal loro mondo adulto. Non è solo ignoranza, o incuria. La cultura profondamente maschilista mi pare affidi il carico dei bambini quasi soltanto sulle donne. Donne ancora più lontane da esperienze di lavoro e di crescita di quanto non accada ai loro uomini e quindi deprivate di speranza e di possibilità. Donne che danno ai loro figli quello che possono e spesso non è molto. Il furto. Parliamo del furto. “Tutti gli Zingari rubano”. Non è vero. Non sono vere nemmeno le chiacchiere sociologiche sul nomadismo che indurrebbe e giustificherebbe il non aver idea di proprietà privata altrui e quindi il furto. Oggi quasi mai sono nomadi e moltissimi non rubano. E’ vero però che non c’è famiglia dove non conviva il lavoratore, magari occasionale, ed il parente ladro, magari altrettanto occasionale. “Non vogliono cambiare”. Certo, se cambiare vuol dire morire, perdere ogni cosa, diventare anonimi più che sedentari probabilmente neanche il giovane rom più “infigato” dei film americani lo vorrebbe. Il problema è che la “nazione” la sua articolazione in tribu’, non da tutti sentita allo stesso modo ma ben esistente, soprattutto i tempi della vita che la “cultura” sociale zingara scandisce, impediscono spesso anche l’avanzamento, non solo il cambiamento. Se servono soldi, allo spasimo, bisogna sposarsi molto presto e incassare qualcosa per ogni figlia. Allora anche i maschi a 18 anni devono essere pronti, sentirsi vecchi se a venti non hanno moglie. Ma così facendo non si studia, non si risparmia anche se si lavora, non si “arricchisce” la famiglia ed il proprio futuro. C’è di più, insieme al maschilismo, alla cura insufficiente dei bimbi, sono proprio questi tempi a rendermi preoccupato della evoluzione possibile dei Rom. Fare per forza i mariti e le mogli, giovanissimi, mentre - nel frattempo - l’egemonia della cultura tradizionale va scemando, può unire il peggio del tribale alla modernità più insidiosa. Si possono creare unioni violente e senza futuro, non famiglie. Questo credo di sapere. Non sono un esperto. Ma non lasciamo ai soli esperti di Università o di assistenza la voce del diritto a riconoscere uomini gli altri uomini. Tutti. Ci sono mille ragioni per non farlo. Ma la prossima volta potrebbe toccare a noi. Agli italiani è già capitato, nei campi di Aigues Mortes, braccati dagli operai francesi, a Marcinelle, nel patibolo di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti. E anche nel ragazzo orfano, cacciato dalla matrigna a Zola perché mutilato nella grande guerra, di cui ci raccontava il nostro Bruno Drusilli, suo figlio. Vestivamo di stracci. Non eravamo migliori. Eravamo uomini. Scrivete a davideferrari@yahoo.com Leggete, gli articoli di questa rubrica su www.davideferrari.org